Il governo Monti deve dirci quanti derivati si nascondono nel nostro debito pubblico

Secondo IFRE il Tesoro italiano ha in portafoglio strumenti derivati per un ammontare sui 30 miliardi di euro. Il nostro Paese è dunque uno dei maggiori investitori sovrani in tali controverse attività finanziarie.
Il problema non è l’investimento in sé, quanto il fatto che il governo - o meglio, tutti i governi succedutisi nel tempo - si sono sempre rifiutati di dire da dove vengono questi derivati e quanti si annidano nello stock del nostro debito pubblico. Questa scarsa trasparenza getta un’ombra circa la composizione del debito stesso e, in ultima analisi, sulla sua sostenibilità, alla luce dell’attacco speculativo di cui l’Italia è bersaglio da mesi.
L’articolo segnala il caso di Morgan Stanley, che ha ridotto la propria esposizione in credit default swaps verso l’Italia di 3,4 miliardi di dollari. Ciò che non emerge dai risultati finanziari della banca sono le modalità con cui questa dismissione è avvenuta. Se lo swap fosse stato ristrutturato o ceduto ad un altro intermediario, il Tesoro potrebbe non aver pagato nulla. Se invece il contratto è stato chiuso, e molti pensano sia andata così, l’operazione potrebbe esserci costata circa 2 miliardi di dollari.
Poca cosa, rispetto ad uno stock complessivo di 1.900 miliardi. Il problema è che non sappiamo di preciso quanti swap galleggiano come mine vaganti nel mare magnum del nostro debitoperché nessun governo ha mai voluto essere chiaro su questo punto.
Secondo la European Bank Authority, l’Italia deve alle banche dell’area euro circa 5,1 miliardi di euro in contratti swap. Si badi bene: dell’area euro, per cui non sono comprese le esposizioni verso gli istituti d’affari di Stati Uniti, Regno Unito e Svizzera. Se tali investitori decidessero di chiudere le rispettive posizioni, peraltro sempre più costose da mantenere in virtù del nuovo regime normativo, il salasso per le italiche finanze potrebbe rivelarsi astronomico.

Linkiesta ha ripreso l’articolo cercando di ricostruire la genesi di questo fenomeno sulla base delle informazioni già in nostro possesso. In sintesi, un anno fa il Wall Street Italia metteva in correlazione un articolo del New York Times, il quale denunciava che l’Italia avrebbe truccato i propri conti pubblici a partire dal 1996, con un altro del Fatto quotidiano, secondo cui gli interessi sul debito pagati dallo Stato si mantenevano costanti, nonostante i tassi di mercato fossero in discesa. L’ombra della finanza creativa dietro le operazioni del Tesoro?
Sempre Linkiesta, citando fonti Eurostat, segnalava mesi fa che l’Italia ha fatto un ingente (ab)uso di strumenti finanziari nel periodo tra il 1998 e il 2008. Per la verità le speculazioni avevano preso avvio due anni prima, ma è stato sotto Tremonti che questa prassi ha conosciuto un netto incremento. Si parla in particolare di cross-currency swap e interest rate swap, ma anche cessioni di crediti in cartolarizzazioni. Fino al 2008 l’Italia ha guadagnato un ricavo di 8 miliardi, ma con l’avvio della crisi il trend deve essersi invertito, per quanto non esistano dati certi per mancanza di informazioni ufficiali.
Ma la discrepanza tra tassi di mercato e interessi pagati segnalata dal Fatto quotidiano rappresenta una prova circostanziale che tali contratti sono ora in perdita, sebbene sia impossibile stabilire di quanto.

La conclusione è che gli investitori – ma soprattutto noi, il popolo italiano -, abbiamo il diritto di conoscere la reale entità dei derivati sui quali siamo seduti.
Non va dimenticato che il volume totale delle “scommesse” sulla bancarotta dell’Italia, sotto forma di CDS, ammonta a 8.611 contratti per un controvalore di 21 miliardi di euro. Segno che il mercato nutre serie preoccupazioni sulla capacità del Bel Paese di tenere fede ai propri impegni.
Se il governo Monti rappresenta davvero un punto di rottura con i precedenti, è auspicabile che faccia ciò che i precedenti non hanno mai fatto: dichiarare pubblicamente e con chiarezza se e cosa le nostre finanze stanno rischiando.
Prima che siano proprio i derivati, quelle stesse mine vaganti, a farcelo sapere nel peggiore dei modi: con una rovinosa deflagrazione.

 

Petrolio. Malgrado la crisi i prezzi crescono. Colpa delle tasse ma anche della carenza di materia prima. Non a caso in Italia le re ultime manifestazioni e proteste hanno riguardato il gasolio e la benzina. Ma e' tutto il pianeta a soffrire mentre diventano sempre più necessarie nuove forme di approvvigionamento energetico.